کتاب قصر به قصر

اثر لویی فردینان سلین از انتشارات مرکز - مترجم: مهدی سحابی-داستان تاریخی

- Que ferez-vous, Monsieur Abetz, quand larmée Leclerc sera ici ? A Sigmaringen ? Ici même ?... au Château ?
Ma question les trouble pas... ni Hoffmann ni lui, ils y avaient pensé...
- Mais nous avons en Forêt Noire des hommes absolument dévoués, monsieur Céline !... notre maquis brun !...
- Tout de même ! tout de même, monsieur Abetz !... la petite différence !... vous faites semblant de ne pas savoir !... vous là, Abetz, même archivaincu, soumis, occupé de cent côtés, par cent vainqueurs, vous serez quand même, Dieu, Diable, les Apôtres, le consciencieux loyal Allemand, honneur et patrie ! le tout à fait légal vaincu! tandis que moi énergumène, je serai toujours le damné sale relaps, à pendre !...


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Lançado em 1957, na França, De Castelo em Castelo (Companhia das Letras, 2004, tradução de Rosa Freire d’Aguiar) é um romance narrado em primeira pessoa, cujo protagonista relata sua partida da França momentos seguintes ao final da Segunda Guerra Mundial.

A obra pode ser divida em dois blocos, sendo o primeiro momento a fuga do escritor para Alemanha. Com a queda do III Reich, Céline é obrigado a fugir para Dinamarca junto com a mulher Lucette e o gato Bébert. No segundo bloco, a narração foca o retorno do exílio do protagonista, que passa a viver nos subúrbios de Paris.

Sem dúvida, trata-se de uma narrativa que pode ser lida como um romance autobiográfico ou uma confissão, uma vez que o protagonista da ação é o próprio Louis-Ferdinand Céline. Nela é possível notar uma intersecção entre vida e obra, a conformação da história e da ficção, do objetivo e do subjetivo, operando através de uma linguagem marcada pela influência da oralidade e pelo uso de reticências…

Desde o surgimento de seu primeiro romance, Viagem ao fim da Noite (1932), considerada um marco na literatura do século XX, Louis-Ferdinand Céline utiliza muitas passagens de fundo autobiográfico. Esse recurso também é utilizado em vários momentos em De Castelo em Castelo, como atesta o trecho inicial da obra: “Para falar francamente, cá entre nós, estou terminando ainda pior do que comecei… Ah!, não comecei nada bem… nasci, repito, em Courbevoie, Sena… repito pela milésima vez… após inúmeras idas e vindas estou mesmo terminando muito mal… tem a idade, você me dirá… tem a idade!… tudo bem… aos 63 e picos, é dificílimo recomeçar a vida… refazer a clientela…” (p. 11).

Como é sabido, o autor de Morte a Crédito (1938) passou os últimos anos de sua vida em estado de penúria, em função do confisco de seus bens, como pena por seu envolvimento com a Ocupação nazista na França. Após o retorno ao seu país de origem, Céline voltou a exercer a medicina, atendendo a uma clientela pauperizada, como a personagem madame Niçois, sua velha paciente em De Castelo em Castelo.

Entusiasta do colaboracionismo com o Governo de Vichy, Louis-Ferdinand Céline foi condenado à morte no fim da 2ª Guerra Mundial, mas conseguiu fugir para Alemanha, sendo abrigado pelos nazistas no castelo de Sigmaringen, na Baviera, lugar que reunia “a fina flor do colaboracionismo”.

Junto a Céline encontravam-se figuras do primeiro escalão do Governo de Vichy, como o marechal Philippe Pétain, Pierre Laval e outros sequazes. Esses e outros representantes de Vichy foram recriados e satirizados em De Castelo em Castelo.

Por Adriano Abbade
Íntegra da resenha em: http://www.aescotilha.com.br/literatu...

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(Dovrei chiedermi, in primo luogo, che cosa ho letto, visto che nell’introduzione Gianni Celati scrive che lo stile céliniano «dà alle forme argotiche [le parlate popolari] un sapore da lingua classica, lontana e straniera rispetto alle norme correnti» e genera un «effetto irriproducibile in traduzione». Niente di nuovo sotto il sole, ma sempre meglio ripeterlo.)
Al di là di questa premessa, il romanzo (?) è formidabile: Céline parla della sua esperienza di guerra – al fianco dei nazisti in rotta, nel gregge dei collaborazionisti francesi in fuga – e pronuncia un discorso lamentoso che frana addosso al lettore e si stratifica nella memoria; come accade nella vita, ripetizioni, somiglianze, ossessioni, tic verbali e di pensiero si richiamano fra loro e finiscono con l’imporsi all’attenzione, ricostruendo quasi per miracolo un quadro esaustivo e chiaro – ma per vie traverse, retrospettivamente: nomi di persecutori e di vittime, di carceri, di patiboli e di rifugi. In fondo, Céline parla della vita, di come conservarla, di come si rischia di perderla: un argomento appassionante.
Niente di strano, quindi, che il discorso si annodi attorno a centri nevrotici di gravità: pensieri fissi, punti fermi che riemergono con agghiacciante ma anche buffa cadenza: l’art. 75 del codice penale (che incriminava la cospirazione con gli Stati nemici e che Céline si sentiva “puntato alla schiena”); le truppe africane (i «senegalesi») dell’armata francese di Leclerc con le loro leggendarie atrocità; la condanna a morte e le confische subìte in seguito alle scellerate scelte politiche; il comportamento scorretto degli editori; il problema dei conti da pagare nella Francia del dopoguerra; l’assillo del cibo nella Germania assediata; i 1142 (contati precisi!) collaborazionisti francesi in fuga dall’avanzata alleata…

Per carità, Céline raccontava situazioni estreme – sia quella in cui scriveva, dopo il conflitto, quando si era ormai ridotto a una sorta di esiliato in patria; sia, soprattutto, quella oggetto di ricordo, durante la guerra –; e a leggerlo pare che tutto il mondo e tutta la sua storia stessero convergendo in quegli anni e in quei fatti, come in una resa dei conti o in un grande bubbone.
Così, senza dubbio, il castello di Siegmaringen, dove erano riuniti i membri del governo collaborazionista francese, circondati da criminali, intellettuali e personaggi tra i più curiosi, tutti ugualmente odiati dai loro compatrioti, ricercati dagli alleati, disprezzati dai tedeschi.
Comprensibile che gli attori della tragedia-farsa si interrogassero sul proprio ruolo: «la voglia dunque li prendeva, l’angoscia di sapere se delle volte, nel corso dei tempi… era mai esistita… una specie, una cricca, una canagliocrazia, così odiata, maledetta come noi, così furiosamente aspettata, ricercata da folle di sbirri (ah, teneri Ungheresi!) per passarci alle banderille, graticole, pali?… Fatica di ricerche e scavi, pensate! vi assicuro che i nostri chierici ci si misero!… tutti i casi dei più peggio sozzoni che sono stati torturati qui! là! Spartachisti? Girondini?… Templari!… Comune?… soppesammo… scrutammo tutte le Cronache, Codici, Libelli… comparammo per questa ragione… per un’altra… eravamo forse?… forse?… così spazzature all’Europa da gettare nel primo immondezzaio venuto, agganciare a qualsiasi forca, come gli amici di Napoleone?… una volta Sant’Elena!… forse?… soprattutto gli amici spagnoli!… collaborazionisti hidalgos!… i giuseppisti! un nome da ricordare sempre!… quello che eravamo anche noi!… adolfisti!… quello che i giuseppisti avevano beccato! Ah ‘collaborazionisti’ d’epoca!… tutti i Javert d’allora al culo! la caccia press’a poco uguale… come noi, i 1142!… noi l’armata Leclerc a Strasburgo!… e i suoi senegalesi daga-daga! (gli Ungheresi che si lamentavano dei Tartari, merda!)» (132).
Notevole era anche lo scenario, il Castello: «ci vale la pena, dal momento che la facciamo da turisti, che io vi parli un poco dei tesori arazzerie, ebanisterie, vasellami, sale d’armi… trofei, armature, stendardi… tanti piani tanti musei… in più dei bunker sotto il Danubio, gallerie blindate… Quante sti principi duchi e gangster, ne avevano scavate di buche, segrete, botole?… nel fango, nelle sabbie, nella roccia? quattordici secoli di Hohenzollern! zaccamerde, zappatori, stivatori!… tutto il bottino era sotto il Castello, i dobloni, i rivali uccisi, impiccati, strangolati raggrinziti… parti alte, il visibile, formidabile cartapesta, inganna-l’occhio, torrette, torri, campane… per il vento! specchio per le allodole!… e tutto sotto: l’oro della famiglia!… e gli scheletri dei sequestrati, carovane delle gole del Danubio, tesori dei mercanti fiorentini, avventurieri di Svizzera, Germania… i loro incerti erano finiti lì, nelle botole, sotto il Danubio… quattordici secoli di botole… oh, mica inutili!… cento volte!… cento allarmi! ci siamo salvati la vita!…» (134).
E tutto, come al solito, converge sulle uniche cose importanti: salvarsi la vita e, se possibile, cercare fino all’ultimo istante di divertirsi un po’: «vedete che qualsiasi posto c’è gente che non si annoia, vedrete domani la terra svoltare ceneri e calcinacci, cosmo di protoni, che troverete ancora nonostante tutto in un buco di montagna, ancora un mucchio di maniaci dietro a infilarsi, succhiare, divorare, stravolti, pompare, perfetti debòsciamen… diluvio e ammucchiata!…» (306-307).
Un rappresentazione molto realistica e vibrante degli esseri umani.



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Amintiri dezlânate, ziceți? Dar bat undeva, direcția nord, poate... sau ideea că pentru literatură se plătește... în fond o plătea pentru că nu și-a ținut pliscul, bagatelă, anti-semitism, pro-nazism... Pe naiba! Când îl citești nu înțelegi decât asta: umanism profund, incapacitatea de a-l demoniza pe celălalt, fie el neamț.

Dincolo de frontiere - omul. Mă rog, mai puțin editorii. Și apoi, pe lângă faptul că m-a marcat, omul contra etichetelor, e un chilipir să-l ai în spatele frontului, căci se trăia și dincolo, nu erau chiar toți spurcați. Fiindcă autorii istoriei sunt victorioșii, e ca și cum ai trece în partea întunecată a lunii, unde în mod normal nu pășești. Inclusiv Dresda, bombardamentul ei de trupele aliaților, doar că din altă perspectivă.

Nemaivorbind de stil, bogăția limbajului... Am ajuns greu la el. Nord, al doilea volum din trilogia exilului, m-a decepționat, nu eram pregătit, pe semne.

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Having read @Journey to the End of the [email protected], I was nothing short of excited to explore Celines work once more. My enthusiasm was aided by my interest in French history, and the creation of a Vichy enclave during the Liberation is an event in the war which is completely overlooked. I did not mind Celines writing style- why shouldnt a man write the way he thinks, as opposed to superfluous prose? I picked up the book eagerly, and dived right in.

I surfaced some time later, and contemplated where I had gotten. As it turned out, an obese slug with a severe slime deficiency could have made more progress than Celine did in writing that novel. A hundred pages in, and he was still griping about how he doesnt have access to social security and how people keep nicking his trash cans. He acted like the French were mistreating the reincarnation of Christ, as opposed to, you know, a fascist collaborator who published anti Semitic writings so virulent, even the Germans thought it was counterproductive. If the NAZIS are muttering, @That Celine, hes a bit much, isnt [email protected] then you know that you are, at best, a morally dubious individual, and perhaps you are not entitled to own trash cans like the rest of us.

The book picked up a bit after that, and through the complaints about people giving him dirty looks, fascinating insights about a besieged group of fanatics residing in a nether zone between reality and delusion were discerned. My attention sagged a tad bit towards the end- as to where exactly, I cannot put my finger in it, but I reckon it was around the time he described administering a prostate exam to a Nazi. Which was an amusing analogy for the German state of affairs in 1944, but the details of a man getting a finger put up his bottom was not a necessary piece of information I needed to know at the age of 22.

The book was interesting, and offered rare information about a brief drop in the monstrous epoch of the Second World War. It was written in a sardonic, humorous way, and if you have any interest in that era of history and a considerable amount of patience, then give this book a go. Just do not make the mistake I made, and expect a more traditional historical memoir. This is mainly a book about a bitter old man who does not like his furniture, who also happened to have been a part of a puppet government-in-exile.

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As for the work itself... I had tried to read this before and gave up about a third of the way in... my mistake... the action... picks up after he meets his gaucho friend... its worth reading... I loved it!... Funny... life affirming, in the most brutal sense possible... I promise I will revisit Journey and Death on the Instalment Plan... But first Ill read North and Rigadoon...

Avoided reading Celine for a long time... Mostly it was the anti-semite thing... I mean... there are plenty of defences of him, that he didnt mean it... You can be a good doctor for 35 years!... and no one cares!... but you write one (three) pamphlets... and no one forgets!... But really, he was probably a better person than, say, Orwell... the Burmese jailer!... You could come up with a hundred examples... When I finally picked up Journeski... those damn dots!... It takes getting used to... Eventually you realize theyre sort of like an em dash in English... but still it takes time... and Im not entirely sold on it now...

The best parts... too numerous to name them all here... but what sticks out in my mind... he traded cyanide to become the Vichy governor of St. Pierre and Miquelon... and his furniture!... His advice on why not to do a Sylvia Plath... insights into the collapse of a regime... and his battle for advances... that is, his struggle with his publishers...

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